Favara, la città che non si può raccontare
14 lug 2015

Favara, la città che non si può raccontare

Oggi vi racconto della città che non puoi raccontare. O meglio, dell’isola che non c’è, che invece c’è.

14 lug 2015

Oggi vi racconto della città che non puoi raccontare.

O meglio, dell’isola che non c’è, che invece c’è.

 

Magari penserete che due ossimori in due frasi sono troppi per un esordio.

Ma come dice la mia amica Lucia, qui si parla di Sicilia cari miei, ‘terra d’assoluti’, e con gli assoluti sulle nuances prevalgono i contrasti.

C’è un posto in provincia d’Agrigento che si chiama Favara.

Favara è un paesone di 30mila anime, abbarbicato nell’entroterra siciliano su una collina a 500 metri di altezza e a pochi kilometri dalla Valle dei Templi.

Per essere un comune minore ne ha di storia. I suoi più antichi palazzi riconducono alle vicende del barone Mendola, nobile ottocentesco e politico con la passione per la sperimentazione agronomica; è stata set di alcuni film italiani come ‘Il giudice ragazzino’ del 1994, tra quelli che ricordo meglio, e si è conservata le luci della ribalta anche per essere la roccaforte della ‘Fratellanza di Favara’ prima, e di ‘cosa nostra’ poi.

Ecco a Giugno, in questo spazio, inaridito dal sole e da troppe cicatrici di bruttezza, sboccia dal 2010 un fiore, il cui seme viene coltivato per un anno intero e che si chiama Farm Cultural Park.

I suoi ideatori sono una coppia di professionisti della legge che ha girato l’Europa e che a un certo punto della vita ha deciso di fare del mecenatismo il senso di tanto viaggiare.

E’ così che 5 anni fa Andrea Bartoli e Florinda Saieva, lui notaio lei avvocato, sono tornati a Favara per offrire un esempio di flussi in controtendenza.

Invece di accodarsi ai tanti che restano e si lamentano di ciò che non cambia sognando di fuggire, loro prima se ne sono andati, e poi hanno sognato e deciso di tornare, per cambiare.

Andrea e Florinda hanno investito 100M euro per recuperare i 700 mq dei ‘sette cortili’ che si diramano attorno al Cortile Bentivegna e costituiscono il centro storico di Favara.

‘Un investimento a basso costo’ lo hanno definito, se paragonato alla capacità economica della classe imprenditoriale italiana.
Forse non troppo praticato finora perché l’obiettivo del business plan non è il profitto ma qualcosa di molto, ma molto più prezioso e appagante. Una cosa che si chiama CREAZIONE DEL VALORE.

Il Farm Cultural Park, infatti, nasce come ‘primo parco culturale e artistico della Sicilia’ (così lo definisce Wikipedia) e si prefigge di diffondere l’ARTE come strumento di RIQUALIFICAZIONE e sviluppo dell’IDENTIA’ di una collettività.

Da 5 anni a questa parte a Favara convergono architetti, scultori, pittori, ingegneri, stilisti, imprenditori, commercianti, agricoltori, artigiani e artisti di ogni categoria e di ogni parte d’Europa ad arricchire i 7 cortili con le loro opere, le loro idee, i loro prodotti.

Questo credito culturale cresce in maniera esponenziale, riluce, fa parlare di sé, genera incubatori di nuovi progetti, si dirama come buona pratica simbolica in ambito politico-amministrativo, istituzionale, sociale e artistico.

Fino a trasformare il Farm di Favara nella sesta meta culturale contemporanea consigliata dal blog londinese ‘Purple Travel’ dopo Firenze, Parigi, Bilbao, le isole della Grecia e New York.

Il percorso di questa parabola, da luogo di cancrene a germe di vita, io posso anche provare a descriverlo, ma niente, vi assicuro, niente è come andare a Favara di persona e vedere che un nuovo modo di pensare, di coesistere, di comunicare e di connettere passato –presente – futuro c’è, è possibile, funziona, e soprattutto, è bellissimo!

Se vai a Favara puoi assistere ad una conferenza stampa nel chiostro di un palazzo nobiliare che sembra un ritrovo tra amici, perché qui ci si chiama tutti col nome di battesimo visto che il fine non è passarsi il biglietto da visita ma raccontare la storia di una catena umana di collaborazione, contributi e passione per un bene comune.

Ti può succedere di non fare in tempo a realizzare che ti stanno presentando una fotografa e una redattrice del progetto Genus Loci, in giro per l’Italia a scovare testimonianze di ‘generatività’, di creazione di nuovi valori a partire dalla tradizione, che finiranno archiviate in un gran portale della creatività (generativita.it).

Oppure di incontrare il cameraman del documentario ‘8 Million Steps’, perché Juraj Horniak, il moderno Don Chisciotte 60enne (come ama definirsi) che ha lasciato la sua vita agiata per percorrere a piedi gli 800km che separano Gibilterra da Istanbul, è passato da qui e vuole inserire questo posto nella sua tabella di marcia.

Nulla a che vedere con un primato sportivo.

Juraj Horniak sta muovendo gli 8 milioni di passi che lo ricondurranno alle radici della civiltà mediterranea, in un tentativo di riscoperta delle origini e conservazione delle identità che passano per i luoghi, i colori, i sapori, le abilità e il saper fare di queste terre.

A Favara puoi stringere la mano ai due ragazzi che sono le menti di ‘Ntacca’, uno studio di design palermitano che tra le altre cose INTACCA il legno di betulla producendo quasi ogni tipo di mobilio in semplici ‘fogli’. Una lastra può diventare letto oppure sedia, o appendiabiti; basta ‘leggere’ le istruzioni sovrastampate e numerate step by step, staccare i pezzi presagomati e montare. Come da piccoli con le formine degli omini che bisognava vestire.

Oppure imbatterti nel progetto di Maurizio Spinello, il fornaio di Borgo Santa Rita, il paesello fantasma a 10 km da Caltanissetta costruito nel 1920 ad opera del Barone La Lomia per dare abitazione ai contadini del suo feudo.

A Maurizio hanno fatto sempre credere di dover scappare prima o poi dalla desolazione della provincia.

E invece lui ha deciso di mantenere ‘le mani in pasta’ seguendo le orme della madre che per sbarcare il lunario impastava pane e lo vendeva ai passanti con latte e uova.

E’ andato a cercarsi un mulino in pietra, ha scelto la lievitazione madre e ha piantato gli antichi grani siciliani, che rendono meno di quelli abituali ma lo fanno alzare la mattina col fuoco sacro di un sogno da realizzare.

Quel sogno ora si chiama BASTA e ti fa mangiare la storia della Sicilia.

E visto che qui l’Arte si assapora con gli occhi, con la testa, col cuore ma anche con il palato e lo stomaco, qualsiasi cosa mangerai sarà uno viaggio a Sud.

Come quello di Lillo, originario di zona ma marinaio errante per vocazione, tornato al Cortile Bentivegna per apparecchiarlo di bianco e di azzurro, di mare e polipi siciliani, di chiacchiere e accoglienza casalinga, e far nascere la ‘Purperia…cu mangia s’arricria’. Provare per credere.

O come quello di Marema, che ti prepara l’Africa da ‘Ginger’, lasciandoti scrutare il nero infinito della sua pelle e riempire anche l’anima grazie all’iniziativa del suo ‘pasto sociale’.

Non so, mi sembra che tutto sia troppo, ma non abbastanza per rendere l’idea.

Qui straripa la gioia dal cuore, traboccano i sensi di bello, qui è l’estasi della creatività.

Anche quando ti sembra di stare fermo a non far niente.
Vedrai scorrazzare bambini, gli stessi che a Favara ci vivono e partecipano ai laboratori d’arte durante tutto l’anno; conoscerai le nonnine silenti che guardano il Farm dai gradini delle loro case come noi italiani guardiamo i turisti asiatici in preda alla febbre degli scatti. Non siamo certi al cento per cento di comprendere certi entusiasmi ma la cosa ci rende comunque orgogliosi.

Poi, che tu torni a casa o passi la notte sul letto comune allestito da ‘Farmidabile’ sull’albero della piazza Garibaldi per ripensare i ‘vuoti urbani’ con arte low-cost, ovunque ti risveglierai, è quello stesso martellante pensiero che ti sorprenderà.

Allora si può fare.

Si può fare di restare senza morire, di partire non per abbandonare, di tornare per recuperare.

Si può fare di trovare nel passato il segno del futuro.

Si può fare di proporre di trasformare la Valle dei templi in un giardino che ospita una biennale d’arte.

Si può sperare che dei due milioni di edifici abbandonati in Italia si faccia qualcosa di più che spazio per nuovi appalti.

Si può cambiare la Cultura con la C maiuscola, quella dei palazzi del sapere, partendo da quella con la C minuscola, quella delle strade del vivere.

Prima di partire Francesco, un mio amico di Licata, mi ha chiesto sgranando gli occhi e in siciliano stretto: ‘ma chi minchia ci vae a ffari a Favara?’

Io gli ho risposto vado a vedere com’è. Salvare il mondo con la Bellezza. Mi devo esercitare.

BWSTW.BeautyWillSaveTheWorld!

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