L’ Amleto Nudo
14 apr 2016

L’ Amleto Nudo

This above all: to thine own self be true’ (Hamlet, Act I, Scene III).   Non c’è altra

14 apr 2016
This above all: to thine own self be true’ (Hamlet, Act I, Scene III).

 
Non c’è altra strada, se non la verità.
Così scriveva Shakespeare, centinaia di anni fa, intercettando forse ‘LA’ riflessione per eccellenza dell’uomo.
La bussola che ha sempre condotto, in ogni luogo e in ogni tempo, l’umano errare verso il faro, verso la luce, verso la conoscenza: la consapevolezza di sé, la capacità di realizzarsi. L’Essere.
 
L’Ambasciata Britannica presso la Santa Sede ha ospitato presso il Palazzo della Cancelleria a Roma la compagnia teatrale del Globe Theatre di Londra in una delle tappe finali del suo ‘Hamlet Globe to Globe Tour’.
Iniziato due anni fa, ad Aprile 2014 (anniversario dei 450 anni dalla nascita di Shakespeare) proprio a Londra, nel teatro per cui l’autore scrisse e mise in scena gran parte delle sue opere, questo tour ha visitato in 24 mesi tutto il pianeta mettendo in scena l’Amleto per omaggiare il drammaturgo inglese più famoso al mondo con un viaggio che si concluderà a breve, nell’anniversario dei 400 anni dalla sua morte.
 
Le 3 ore di rappresentazione nella suggestiva sala affrescata del Palazzo della Cancelleria sono state seguite in rigoroso silenzio da un pubblico ristretto e selezionato.
Di certo non interamente bilingue.
Che poi, diciamoci la verità, comprendere l’inglese arcaico non è un esercizio semplice neanche per chi è madrelingua.
Eppure, proprio a confermare il senso ultimo di questa opera, l’essenza è arrivata.
Tutta.
Piena di sfumature, piena di colori, piena di significati.
Anche questo miracolo, lo scroscio di applausi alla fine, il trasporto, il trionfo di bellezza, ha raccontato di come sensi e sentimenti siano solo e semplicemente UMANI, e in grado di valicare culture, religioni, frontiere, e secoli di tempo.
 
Una scenografia geniale. Pensata in bilico tra il vintage e l’industrial.
Costumi anch’essi fusion: tra autenticità medievale e citazioni anni ’50.
Il tutto in un design efficace, asciutto, essenziale, tuttavia morbido e caldo.
Complice forse la palette colori scelta. Coerente per tutte le scene, e in ogni minimo dettaglio. A definire una mappa estetica precisa e di grande personalità.
Verde militare sbiadito come base.
Il sottofondo di conflitto, di battaglia, interiore prima che esterna. Tortora, verde, ruggine, i motivi degli inserti.
I colori della terra, i colori della natura, i colori della vita.
 
Un cast GLOBALE. In tutti i sensi immediati e non che questa parola può richiamare.
Globale perché sfaccettato, multietnico, oltre i confini di geografia, cultura, genere: un Re Claudio Maori, un Orazio donna di Hong Kong, un Amleto nativo nigeriano e un’Ofelia di origini cubane.
Globale perché totale, onnicomprensivo, completo nelle capacità e nella performance: 8 componenti che ho dovuto ricontare due volte mentre si prendevano il tributo in fila alla fine del secondo atto. Perché non ci credevo fossero così pochi e perché la scena l’hanno riempita per tre ore, facendo veramente tutto e sembrando almeno il doppio per quantità. Balli coreografici, colonna sonora strumentale, canti armonici a più voci.
Globale perché variegato ma sempre intenso e netto nell’interpretazione. In grado di far arrivare ogni cosa. Ogni cosa al di là del linguaggio verbale. L’ironia, la gioia del cameratismo, la lealtà, la rabbia…..oh la rabbia, l’aggressività, l’odio puro.
La pazzia, la follia cieca, la perdita della ragione.
Il dubbio, la caduta della certezza, l’abisso del dolore.
 
E’ stato un Amleto ambientato in quel luogo non terreno, non mappabile e non afferrabile, dove siamo tutti semplicemente, Uomini.
 
L’eretico Shakespeare, che fa imprecare i suoi personaggi al Cielo in preda alla vendetta, che fa impazzire le sue donne quando non hanno i propri amori anche nel letto oltre che nel cuore, che fa nominare invano gli Angeli e piombare il dubbio dell’esistenza di un Destino più forte e ineluttabile di qualunque Dio, è stato celebrato dalla Santa Sede proprio per questo.
Perché di morale vera ne esiste solo una.
Quella dell’umanità.
E perché quando nudi e imperfetti ci riappropriamo della nostra fallibilità, delle nostre fragilità, delle nostre incoerenze e delle nostre paure, allora lì, essendo veri, torniamo ad avere il diritto al perdono.
Che sia di un dio o di un altro, poco importa.
Importa che il perdono sia primariamente il nostro.
Perché quando ci perdoniamo diventiamo umili, ci sentiamo uguali, ci sentiamo miti.
Accogliendoci, accogliamo.
Quando ci perdoniamo compiamo il miracolo più grande della vita.
Diventiamo Dio, in terra.
‘This above all: to thine own self be true’
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